Alla ricerca dell’anima, la consapevolezza di sé

di Marina 1

Scienziati e filosofi non hanno mai saputo dare una definizione decisiva di ciò che sia la vita, dove inizi e dove abbia fine. Nel corso dei secoli si sono dibatutti per dare spiegazioni che erano comunque di parte e soggettive.

La medicina moderna ha associato l’attività elettrica del cervello alla coscienza del sé, ma anche questo non ha dato le risposte sperate. Ci si affida al respiro e al battito del cuore per ritenere un individuo vivo oppure morto.

Ultimamente è entrato nel vissuto il concetto di “morte cognitiva“, cioè la morte della cosienza di sé che perviene in uno stato di coma, quando il cervello ha le funzioni riflesse, come respirare, dormire, ecc, ma non le funzioni dell’intelletto.

Prendete questo concetto e ritenerlo centrale avrebbe dovuto risolvere le problematiche, invece non lo ha fatto. Il dottor Julius Korein, che era docente di neurologia della commissione etica del Bellevie Hospital affermò che era possibile trovare attività elettrica in un cuore uman quaranta minuti dopo il decesso e che quindi la morte era solo una finzione.

Cosa volesse dire non è chiarissimo, ma se ipotizziamo e teorizziamo anche solo per un momento e consideriamo la presenza, o assenza dell’anima, forse è in questo che troviamo la differenza. i Ventun grammi di peso inferiore che ha un copro dopo la morte potrebbero rappresentare in qualche modo il peso dell’anima che lo animava.

Ed è forse quella la differenza tra un corpo ancora vivo e uno morto, quello morto non ha più l’anima, la vita che lo animava se n’è andata. A questo punto però sorgono spontanee delle domande a cui nessuno ha ancora dato una risposta definitiva e che ha stretta attinenza con aborto, eutanasia e trapianto degli organi: quando un’anima prende un corpo per abitarlo? E quando se ne va? Saperlo forse riuscirebbe a mettere un pò di chiarezza e sbrogliare le intricate situazioni su temi molto caldi come l”aborto.

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